Emilio Piccinelli (1909-2006)

Il giorno 21 dicembre 2006 è mancato Emilio Piccinelli (1909-2006), maestro organaro della vecchia guardia, rappresentante illustre della prestigiosa scuola bergamasca novecentesca, epico testimone di un mondo che non esiste più.
È nato nel 1906 a Ponteranica, da Angelo I (1882-1956) organaro che apprende il mestiere da Luigi Balicco Bossi († 1911), ultimo della dinastia secolare Bossi, e da Giacomo Locatelli junior († 1918), successore ai Serassi.
Grazie a lui è rimasto il diretto legame con la storia organaria bergamasca. Le antiche attrezzature della bottega Bossi sono arrivate nel suo laboratorio, e, dopo l’estinzione della ditta Cornolti (verso il 1985), è rimasto l’unico erede della Serassi, la più prestigiosa, paragonabile a quella dei grandi violinisti Stradivari. Emilio era consapevole di questo, non perché fosse un letterato ma perché nel lavoro vedeva il futuro e la distinzione; non, dunque, un semplice mestiere ma un impegno etico.
È stato testimone e protagonista di un intero secolo: nella prima metà con il black-out, cioè il buio, che si è verificato nei confronti della tradizione, e, poi, dal 1958, con la rinascenza, cioè la scoperta della storia, dove è stato uno dei protagonisti organari dell’Orgelbewegung italiana, che proprio a Bergamo ha avuto i suoi primi e importanti passi.
Se nella prima parte del Novecento, come era nella mentalità, ha cambiato registri originali e modificato gli organi, successivamente li ha rimessi e ricostruiti contribuendo in modo determinante alla rinascita del grande passato, con risultati straordinari, tanto da diventare un punto di riferimento.
Attratto da giovane dalla novità della trasmissione elettrica successivamente l’abbandonò e non finiva mai di sostenere che la trasmissione meccanica dell’organo non temeva confronti.
Ammirava le raffinate tecniche artigianali delle antiche botteghe, cercava non solo di imitarle ma di capirle e farle proprie. Grazie a lui molti organi di gran pregio sono risuscitati e continuano ad essere dei modelli. Un organo con lui non finiva mai di essere curato.
Ha lavorato nel restauro e nella costruzione di nuovi organi a oltre 250 strumenti. Ha contribuito con altre importanti ditte italiane, come la Ruffatti di Padova, alla costruzione di organi in importanti santuari europei.
Persona di notevole carattere considerava il lavoro come fondamentale per la propria vita. Si sentiva, e a ragione, il primo nell’accordatura e nell’intonazione delle canne, e per questo non lasciava nulla di intentato. A proposito aveva le percezioni delle minime differenze acustiche delle canne, le cosiddette “ombre”, che solo un orecchio sopraffino poteva percepire. Arguto, di poche parole credeva che la qualità del lavoro fa la differenza.
Gli si criticava la troppa personalità negli strumenti restaurati; lui dimostrava che l’organo ha bisogno di carattere genuino, schietto, chiaro, convincente, proprio come nel carattere dei bergamaschi. Quando si incontrava con il dott. Mischiati, eminente studioso di organaria, ed erano scintille, emergevano due mondi diversi: l’organo nella sua esigenza funzionale e l’organo nella sua storicità. Un confine assai sottile che mostra come queste due condizioni siano necessarie e complementari fra loro per il futuro dell’organaria.
Il cav. Emilio ha fatto sì che gli organi fossero valorizzati al meglio con un’ottima funzionalità meccanica e sonora per poter continuare nel tempo, testimoni di un grande passato e maestri nel futuro. Ha portato avanti, con grinta determinazione e continuità, l’onore di fare rivivere strumenti che sembravano irrimediabilmente persi dalla incuria umana, con risultati straordinari a gloria di Dio, a delizia degli uomini e a tutela della storia.
Se Bergamo, nella tutela valorizzazione del patrimonio organario è al primo posto in Italia e non solo, lo si deve anche a lui, perché ha saputo tenere alta la qualità degli organi del passato, di gradissimo valore. Bergamo gli deve molto ma anche le altre realtà italiane che conservano beni organari di grandissimo valore, da lui restaurati.
L’organo per lui era qualcosa di particolare, che sentiva sulla pelle e nel profondo: organista per 42 anni a Villa d’Almé, dove c’è uno straordinario organo Serassi del 1797, e nella sua parrocchia di Ponteranica, dove c’è un antico Bossi del 1862, faceva in modo che lo strumento fosse la voce della musica e del cuore.
È stato più volte premiato: ultimamente dalla Commissione di Tutela degli organi storicoartistici della Lombardia presso la Soprintendenza ai Beni Architettonici come il grande decano organaro che ha saputo tradurre con qualità e continuità i valori del recupero, della tutela, della valorizzazione del patrimonio organario storico artistico della Lombardia. Anche i giovani organari, che in Italia si fanno onore, hanno guardato a lui come un esempio di dedizione, di precisione, di lavoro continuo attento entusiasta. Noi non possiamo che dirgli grazie.
Ciao vecchio leone. Ci mancherai!


Prof. Giosuè Berbenni - Ispettore onorario del Ministero Beni delle attività culturali per il patrimonio organario della Lombardia (dal 1980 al 2006)